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Monologhi con Valeria_08


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Cara Giulia, ecco perchè ti regalo il Pericoloso libro delle cose da veri uomini


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Cara Giulia, oggi compi 11 anni e ti domanderai perchè ti ho regalato un libro così assurdo che si intitola “Il pericoloso libro delle cose da veri uomini”. L’ho guardato a lungo e sono stata molto indecisa e alla fine l’ho preso perché in questo libro ti raccontano come si costruisce una casa sull’albero, come come costruire un aereo di carta che vola velocissimo, come fare i nodi, come costruire una pila elettrica e l’arco con le frecce e mi sono detta che queste sono cose che non sono per nulla da veri uomini o da vere donne, sono cose che tutti i ragazzini possono provare piacere a fare e costruire. In questo libro però non ci sono solo cose belle. Ci sono anche delle cose che non è per nulla indispensabile che vere donne e veri uomini facciano, per esempio uccidere un coniglio o imparare ad adoperare la violenza. Ci sono anche degli inutili consigli su come rivolgersi alle ragazze come regalargli fiori o aiutarle. Ma poi ci sono i pianeti, gli esploratori. Ci sono cose belle e cose brutte, ma sopratutto questo libro – se lo leggerai con occhio critico – ti insegnerà a non pensare al mondo come un posto dove donne e uomini debbano fare cose separate, a saperle scegliere e valutare. Auguri!

 

Il volume di più di 300 pagine recita sulla quarta di copertina “Ci sono cose che non si imparano sui libri: Costruire una casa sull’albero; Calcio, Rugby e pugilato; Le grandi battaglie; I segreti delle spie; Sopravvivere nella foresta; I trucchi del poker. Noi ve le sveliamo tutte”.

Qui dentro questo volume – che non avrei mai comprato per un ragazzino – ci sono tutti in fila gli stereotipi di tutti i due i generi. Non solo. È un perfetto osservatorio di come si crescono piccoli “uomini” e piccoli “capi” e di come – all’inverso – escludendo le “ragazze” da queste letture le si allevi – anche nelle famiglie più accorte – secondo valori e secondo gusti che sono distanti da quelli in cui imbeviamo i maschi.

Questo libro, che nel risvolto di copertina è costellato di teschi, trasuda simbologie “maschili” e ci dice che gli uomini esplorano, costruiscono, navigano, conquistano, guardano il mondo e le stelle. Ci sono infatti cenni di storia e di astronomia, ritratti di pirati e grandi conquistatori, di uomini violenti e giochi da bisca. Ci insegna che i maschi fanno cose divertenti come costruire aerei di carta che volano velocissimi ma imparano anche il gusto di guardare le stelle, i punti cardinali, gli si comunica forte il senso del “comandare” del “condurre” del conquistare. E le ragazze? Le ragazze no questo libro non è per loro. Ma anzi andando a leggere nel paragrafo “le ragazze” si scopre che queste sono “egocentriche” e amano parlare di se, che i “fiori funzionano e loro li adorano”, che gli vanno mandati biglietti di auguri anonimi per creare mistero; che devi lavarti, non essere volgare, fare uno sport. Ma sopratutto le ragazze vanno “aiutate” non prese in giro “perché sono deboli come fringuelli” e se davanti a loro mostrerai la tua forza “per loro sarai un eroe”. Infine il consiglio finale: “Possono agire e pensare in modo diverso da noi veri uomini, ma sono importanti. Almeno come la prossima Coppa Campioni vinta ai rigori!”.

Ecco questo libro andrebbe ritirato dal commercio. Ma visto che è in commercio regalatelo a tutte le ragazze che conoscete e decostruitelo insieme a loro è la cosa migliore che possiate fare.

Emma per l’Equal pay day


Emma Equal pay day

L’agghiacciante telelavoro


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Che i saggi tra le ricette per rimettere in carreggiata l’Italia abbiano infilato il telelavoro è davvero il sintomo di un paese privo di capacità di valorizzare le proprie risorse e anche di molto altro.

I motivi per il cui telelavoro non solo non è saggio ma non è proprio un tema li lascio alla seconda parte di questo post perché, prima, sento l’urgenza di riflettere sulla profonda crisi dell’intelligenza e della capacità di produrre politiche pubbliche che segnala questo suggerimento.

Proporre il telelavoro come soluzione vuol dire:

  1. essere rimasti agli anni Ottanta e non avere mai più osservato il mondo del lavoro, non avere studiato, non averne compreso i problemi, non avere studiato quali soluzioni funzionano per risolvere quei problemi; significa che anni di discorsi sul lavoro passano invano.

  2. significa che chi viene chiamato a ricoprire il ruolo di saggio è fuori dal contesto, è la riproduzione di un potere stanco, maschile, attempato, fuori dalla concretezza della vita quotidiana ma anche poco capace di valorizzare gli studiosi e le studiose che questi temi analizzano.

  3. significa, che il tema del lavoro femminile, è ancora considerato un orpello residuale, come le donne in politica e tutto quello che riguarda il 50% del mondo.

    (Se questa gallina ha partorito questo uovo o la montagna questo topolino storpio sul tema del lavoro chissà con quale cognizione, lungimiranza, accuratezza saranno state elaborate le altre ricette (che, pure, a prima vista mi sembrano meno peggio) dal gruppo dei 10 maschi saggi. E qui rabbrividisco perché tutte queste cose insieme sono il simbolo della stagnazione di questo Paese, della sua incapacità di valorizzare intelligenze, risorse, di usare i soldi della ricerca per politiche pubbliche accurate, di sapere inquadrare i problemi e trovare delle soluzioni).

Ed ecco alcuni motivi per cui il telelavoro è di un’insaggezza agghiacciante. I saggi scrivono: “Favorire telelavoro per aumentare occupazione femminile. Ricorrere al telelavoro, con vantaggi anche per le imprese in termini di riduzione dei costi fissi e dei casi di assenteismo” (cit.)

A occhio e croce direi che gli ipotetici vantaggi che darebbe il telelavoro sarebbero la possibilità di ridurre gli spostamenti casa lavoro e lavoro casa (in termini di tempo e di traffico), la possibilità di “conciliare” lavoro domestico e lavoro professionale e, forse, ridurre il numero di postazioni dentro un’azienda (i costi fissi di cui parlano i saggi?).

Per ciò che riguarda l’impatto sul proprio tempo di vita e sulla mobilità il vantaggio sarebbe indubitabile se non fosse che andrebbe quantificato il numero di mansioni che davvero si possono svolgere in telelavoro. L’organizzazione del lavoro è talmente cambiata che mi piacerebbe avere il tempo di andare a rintracciare una stima su quante siano le mansioni che si svolgono in autonomia e senza contatto col cliente. Ad occhio direi che escluso il lavoro intellettuale (traduttori, scrittori che già lavorano da soli a casa loro e che hanno un altro genere di problemi) si tratta di mansioni di basso livello, molto ripetitive. Mansioni che, fatte salve quelle che devono svolgersi nei locali stessi delle imprese perchè richiedono contatto coi colleghi, col materiale e con il pubblico, credo che vadano via via riducendosi nelle aziende.

Ammettiamo però che esistano: il fatto che si possa conciliare lavoro domestico e lavoro professionale è una illusione di chi non ha mai avuto a che fare con un figlio piccolo, con un anziano e la massima conciliazione che riesco a vedere è che qualcuno possa fare partire una lavatrice.

Al di là di queste considerazioni “quantitative” ci sono delle considerazioni di merito che sono ancora più importanti. I saggi forse non sanno che questa politica di “segregazione delle carriere femminili” è ormai un poco passatella, che l’obiettivo dovrebbe essere quello di aumentare le ore che gli uomini dedicano al lavoro domestico e non infilare le donne dentro mestieri residuali (perché è tendenzialmente residuale un mestiere che puoi svolgere a casa), perché magari nel frattempo metti l’acqua per la pasta a bollire.

Che le intelligenze femminili andrebbero valorizzate includendo le donne in lavori di pregio, che le competenze femminili esistono e potrebbero essere utili al Pil nazionale.

Se poi vogliamo immaginare soluzioni per la “flessibilità” organizzativa di donne e uomini allora gli obiettivi devono essere più alti e gli strumenti diversi. Mi sembra cioè che i saggi non abbiano solo sbagliato la risposta ma hanno sbagliato anche a formulare la domanda e il bisogno che stava alle sue spalle.

Indispensabili da leggere sul tema: http://mammatipica.blogspot.it/2013/04/anestesista-in-telelavoro-improperi.html  http://abbattoimuri.wordpress.com/2013/04/12/i-saggi-e-le-loro-novita-telelavoro-alle-donne-cosi-i-ruoli-di-cura-sono-salvi/

Una vittoria


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Monologhi con Valeria 7


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La trappola della conciliazione


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In questi giorni sto riflettendo su questioni di genere e leadership che poi vuol dire, per esteso, pensare a donne e sfera pubblica, lavoro, politica, carriera, potere e presenza delle donne a livello di vertice e non.

Immersa in pensieri su questi argomenti mi sono imbattuta in un opuscolo nel quale si parlava di organizzazione di tempi e spazi della vita cittadina per favorire conciliazione e ho ascoltato un sindacalista, uomo, parlare della necessità di scongiurare le aperture festive dei negozi perché questo avrebbe pesantemente aggravato la vita delle lavoratrici.

E’ molto positivo che questi temi siano entrati nelle agende dei Comuni e dei sindacati, ed è positivo che sia chiaro che servizi e modulazione dei tempi sono indispensabili per favorire l’accesso delle donne al lavoro e alla sfera pubblica in generale.

Però, al contempo, sono veramente stanca di vedere che queste questioni vengono considerate di esclusiva competenza e necessità delle donne. Il refrain è: “le donne si devono occupare dei figli, se non hanno asili non possono fare altro che occuparsi dei figli, dunque va favorita la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro”.

Ma questa – posta esclusivamente in questi termini – è una trappola culturale e anche pratica.

I figli non sono solo delle donne. Dunque io vorrei che la conciliazione fosse sentita come una reale necessità anche dai padri. E vorrei che lo fosse sia in termini culturali (ovvero che le donne e gli uomini dovrebbero sentire come opportuna e necessaria una suddivisione il più possibile equa della gestione dei figli e delle faccende domestiche); e che lo fosse in termini di linguaggio (ovvero che non si parlasse più di servizi di welfare per le donne, ma di servizi di welfare per donne e uomini).

Io trovo molto fastidioso sentire un uomo che dice che io donna lavoratrice ho necessità di non lavorare la domenica perché poi chi bada ai figli? Vorrei che si dicesse che le lavoratrici e i lavoratori non vogliono lavorare la domenica perché hanno esigenza di conciliazione con la gestione dei figli e delle faccende domestiche.

Questa è una questione di linguaggio, ma anche di agenda politica, di consapevolezza di donne e uomini. Senza nulla togliere alla soggettività e alla centralità della maternità io vorrei che si parlasse più spesso di genitorialità. E se l’Inps eroga bonus per asili nido, voucher baby sitter; bonus bebè vorrei che si dicesse che sono per i genitori e non solo per le lavoratrici.

Fino a quando non faremo questo salto culturale tutti, donne e uomini, non basteranno mai gli asili per garantire le pari opportunità. Perché gli asili alle 16.30 chiudono e perché i bambini si ammalano e se le emergenze e tutta la gestione extra scolastica ricadranno sempre sulle spalle delle donne non ci sarà mai pari accesso alla sfera pubblica né tanto meno verrà sfondato il tetto di cristallo.

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